29/08/19
Scuola meritare

Cosa facciamo noi giovani per meritarci l'Italia

Sono una dei 250 giovani che hanno partecipato alla scuola politica organizzata e presenziata da Matteo Renzi "Meritare l'Italia". 

Sono partita per questa esperienza con uno spirito quasi apolitico. Ho ventun anni, studio all'università Ca' Foscari e faccio parte di quella grande fetta di giovani per cui la parola politica sembra appartenere ad un'altra generazione.

Per questo, la possibilità di partecipare ad una scuola, che pretendeva di definirsi "politica", risultava allettante al fine di per poter assaporare di persona quel sapore stantio e condito da tanti paroloni e retoriche. Nonostante avessi già pronti dei discorsi sprezzanti sulla mera campagna politica che sarebbe stata messa in atto, devo fare ciò che più risulta difficile agli uomini, (in particolar modo ai politici italiani), ovvero ammettere di essermi sbagliata.

L'ultima cosa che mi sarei aspettata sarebbe stato passare quattro giorni fatti di sincero confronto e dialogo alla pari con un ex presidente del Consiglio.

Il mio non vuole essere un mero ringraziamento o elogio alla persona. Quello che ho avuto modo di maturare in queste giornate è stato un nuovo spirito di appartenenza, di inclusione e concretezza di ciò che la politica dovrebbe essere.

Siamo portati da parole d’odio, denigrazione e paura a guardare al nostro paese come ad un autentico disastro in cui le sole parole a cui viene data voce sono quelle che si impongono violente nei telegiornali. Nessuno pensa a delle soluzioni effettive per disinnescare una bomba destinata a fare vittime, si cerca solo di razzolare attorno ad essa per salvare un pezzo di orticello o, di poltrona.

Quello che è nato in questi giorni che questa non sia la fine. Questo è solo l'inizio. Non accontentiamoci, ricerchiamo sempre il meglio senza permettere a nessuno di fermarci lungo la strada annebbiando la nostra vista con parole d’odio.

L'ultimo giorno della scuola Matteo Renzi ci ha lasciati con un monito al non appiattirci mai nella vita, allo sporcarci le mani, e all'accettare i fallimenti inevitabili nella vita, “il vero campione si vede solo dopo essersi rialzato”.

Eppure siamo gli spettatori di giornate in cui assistiamo ad un continuo rimpallo di responsabilità, urla, insulti, giochi politici volti ad una mera imposizione di forza. Siamo in balia di personaggi politici a cui abbiamo permesso di entrate in aula ad urlare, prendersela con il compagno di banco davanti a tutta la classe, ridere solo per poi litigare di nuovo con colpi di scena degni di una soap opera, sebbene persino in quelle non si svendano simboli religiosi. Ma dov'è l'integrità? Qual è il nostro valore se permettiamo a figure così povere di rappresentarci nelle massime istituzioni?

Nel modulo di iscrizione alla Scuola tra le varie domande era richiesta la scelta di una parola che descrivesse le nostre speranze per il futuro. La mia è stata breccia. La parola è in riferimento ad una poesia di Eugenio Montale, vissuto in epoca fascista, che vedeva la vita come un muro alla cui sommità trovava solo dei cocci aguzzi di una bottiglia rotta. Non abituiamoci ad aspettare sopra al muro solo questa dura desolazione. Ci viene propinata come unica condizione da chi, ha come interesse non fare niente per uscirne. Per quanto difficile sia, il nostro compito e dovere è cercare una breccia in quel muro, a costo di abbatterlo per vederci chiaro al di la, non diamo tutto per vinto, al di là potrebbe esserci il mare.

di Chiara Boletti